“Sogno di una Notte a Bicocca”: ecco fatto il Teatro!

un momento dello spettacolo


Ci sono tante corde che scendono, tese, dalla prima americana fino a terra, su tre lati del palcoscenico del Piccolo Teatro della Città, a Catania.
Questa strana grata, questa cella, divide il pubblico presente in sala, in un qualsiasi venerdì di Febbraio, da una compagnia di più di dieci attori, tutti siciliani, che si dimostrano – uno per uno – spaventosamente in parte fin dai primi sguardi, dalle prime sillabe, dalle prime re/azioni.  “Sogno di una notte a Bicocca” è uno spettacolo che già dal titolo non può che incuriosire. Tutti conosciamo il “Sogno di una notte di mezz’estate”, capolavoro del Bardo, e tutti abbiamo sentito parlare del Carcere di massima sicurezza di Bicocca. Qual è il legame tra questi due mondi in apparenza così distanti? La risposta a questo quesito ce la fornisce, con il garbo e l’eleganza che solo una Donna può avere, Francesca Ferro, una delle voci più fresche e originali della Sicilia teatrale tutta, direttore artistico del Teatro Mobile di Catania, ha scritto un testo straordinario (per uno spettacolo che inoltre produce, dirige e interpreta: cheapeau!), tratto da una storia vera: la sua.
28234914_10213342218563897_3229565126470940296_oQualche anno fa, Francesca Ferro ha trascorso diversi mesi a Bicocca per condurre un laboratorio teatrale finalizzato alla messinscena del Sogno shakespeariano, avendo come allievi-attori i detenuti del carcere.  Assassini, spacciatori, estorsori. Uomini repellenti e terribili, ma con ferite interne profondissime e graffi nell’anima.  Storie alle quali è doveroso avvicinarsi senza giudizio, senza ergersi da alcun pulpito. Ed è con una delicatezza indescrivibile che Francesca Ferro, nel ruolo di se stessa, riesce a portarci nelle vite di questi mostri da prima pagina, di questi esseri così spietati e fragili. A dSilvio Lavianoare voci e facce ai detenuti, un cast di professionisti di tutto rispetto, che riescono nel non facile compito di far dimenticare al pubblico di essere a teatro, diretti magistralmente dalla Ferro che fa sparire del tutto o quasi gli attori a favore dei meravigliosi personaggi della pièce. Così si ride, con le lacrime!, per la goffaggine esilarante di Pippo Pacchio (un inedito e irresistibile Mario Opinato), ci si immobilizza spaventati per le sfuriate di ‘O Capitone (Silvio Laviano, che ruba eccessi e suoni e gergo al dialetto napoletano, senza mai perdere credibilità), ci si commuove in apnea con la confessione di Provola (il ragusano Giovanni Arezzo, che con misura e intensità racconta la tragedia che ha segnato la sua vita). E ancora l’irriverenza di Polifemo (Francesco Maria Attardi) e di Obama (Vincenzo Ricca), il beat box e il grammelot di Ivan (il sorprendente performer Dany Break) la dolcezza di Ciccio Boutique (Giovanni Maugeri), la stravaganza di Elvis (Renny Zapato) i tormenti interiori del Cardinale (un commovente e ironico Agostino Zumbo), e la sua SPOILER simpatia mai dichiarata nei confronti della guardia Fabio (un preciso e asciutto Antonio Marino).
Questa ciurma di facce tagliate e parolacce, ci portano per mano in una messinscena di due ore che commuove e diverte coinvolgendo in maniera assoluta. Ed è quando i detenuti, tutti insieme e all’unisono, dopo aver recitato a modo loro le diverse trame del Sogno dando vita a vanitose donne innamorate e a fate e folletti del mondo dei sogni, vengono fuori da quella cella di corde, venendo incontro agli spettatori, che in sala c’è un unico respiro comune, guidato dal Puck/Capitone, che si scioglie in un applauso sentito e lungo, emozionato. Forse ci troviamo difronte a un piccolo miracolo, e questa storia merita tanti palchi e tanti occhi lucidi.
Bravissimi.

Di Gabriella Mondello

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