Cosa abbiamo dietro la porta

Stamattina, mentre bevevo il caffè, qualcuno alla televisione parlava di missili. Non ricordo neppure dove dovessero cadere. Subito dopo hanno parlato di droni. Poi di un possibile attacco, di intercettazioni, di difesa, di riarmo. Parole pronunciate con quella compostezza professionale che riesce a rendere quasi normale qualunque cosa.

Io, nel frattempo, cercavo le chiavi. Ed è stato proprio questo a sembrarmi assurdo.

Le chiavi. I missili. Il caffè. I droni. Tutto nella stessa mattina.

Siamo diventati bravissimi a convivere con l’enormità. Un tempo la parola guerra sembrava avere un peso. Bisognava quasi abbassare la voce per pronunciarla. Apparteneva ai racconti dei nostri genitori e dei nostri nonni, alle fotografie in bianco e nero, ai documentari, ai libri di storia. Adesso entra in casa mentre facciamo colazione. E noi le facciamo posto.

Non perché siamo diventati improvvisamente cinici. Forse semplicemente perché dobbiamo pur vivere. Abbiamo appuntamenti, figli da chiamare, nipoti da coccolare, scadenze da rispettare, medicine da prendere, cene da preparare. Dobbiamo ricordarci di comprare il pane mentre qualcuno, a poche centinaia o migliaia di chilometri da noi, deve ricordarsi dove si trova il rifugio più vicino.

Eppure qualcosa non torna. Perché continuiamo a sentire parole che dovrebbero farci sobbalzare e invece scivolano via con una facilità impressionante: missile, attacco, drone, escalation, obiettivo, danni collaterali.

Quest’ultima, poi, è quasi un capolavoro linguistico. Due parole educate per raccontare qualcosa che educato non è affatto.

Forse abbiamo bisogno di queste espressioni. Rendono tutto più distante, più tecnico, più sopportabile. Un “obiettivo colpito” è più facile da ascoltare di una casa distrutta. Un “danno collaterale” è più facile da digerire di una persona che quella mattina aveva preparato il caffè esattamente come noi.

Così la guerra diventa quasi astratta. Una cartina sullo schermo. Frecce. Confini. Numeri. Strategie. Esperti che spiegano quanto può arrivare lontano un missile e quanti minuti impiegherebbe. E noi ascoltiamo. Magari pensiamo per qualche secondo: Dove andremo a finire? Poi suona il telefono. Ed eccoci di nuovo qui, dentro la nostra giornata.

È sbagliato? Non credo. Nessuno potrebbe vivere ogni mattina portandosi addosso tutto il dolore del mondo. Abbiamo bisogno di chiudere quella porta, almeno ogni tanto. È probabilmente il modo che abbiamo trovato per proteggerci: riportare il mondo a una dimensione che possiamo sopportare, occuparci di ciò che abbiamo davanti e continuare a vivere.

Il problema è che una porta chiusa per proteggerci può diventare, senza che ce ne accorgiamo, una porta che non abbiamo più voglia di aprire.

E c’è anche un’altra cosa. Le parole, quando vengono ripetute abbastanza, perdono peso. La prima volta che sentiamo parlare di un missile diretto verso una città ci fermiamo. La decima ascoltiamo. La centesima continuiamo a sparecchiare. Non perché quella città conti meno, ma perché la nostra capacità di allarmarci non è infinita.

Ed è forse qui che il confine diventa sottile: tra continuare a vivere e abituarsi.

Perché forse il pericolo non comincia quando abbiamo paura della guerra. Forse comincia quando non ci sembra più così assurdo sentirne parlare. Quando discutere di quanti missili servano, di quali armi inviare, di quanto debba aumentare la capacità militare di un Paese diventa una conversazione possibile fra il meteo e lo sport.

Non sto dicendo che non se ne debba parlare. Al contrario. Sto dicendo che forse dovremmo continuare a sentire un piccolo disagio ogni volta che lo facciamo. Quella voce che, in mezzo alle analisi, ai grafici e alle strategie, continua ostinatamente a domandare: ma ci rendiamo conto di cosa stiamo dicendo?

Perché la cosa più strana è che le nostre vite, intanto, continuano. Ci innamoriamo. Litighiamo. Prenotiamo vacanze. Festeggiamo compleanni. Ci preoccupiamo per un esame medico. Cambiamo automobile. Facciamo programmi per Natale. Ed è giusto così. È la vita.

Ma qualche volta sarebbe bene fermarsi sulla soglia. Aprire quella porta che teniamo accuratamente chiusa tra il nostro piccolo mondo e tutto il resto. E guardare fuori. Non per avere paura. Non per smettere di vivere. Soltanto per non arrivare un giorno a scoprire che la parola guerra è diventata talmente normale da non farci più nessun effetto.

Perché forse non è la guerra ad essersi avvicinata senza che ce ne accorgessimo.

Forse siamo noi che abbiamo imparato a sentirne parlare senza più alzare gli occhi dalla tazza del caffè.

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