Un bambino, una pistola, un telefono. E la nostra inquietante facilità nel decidere da che parte stare.
C’è un bambino dipinto su un muro scrostato. Ha le gambe divaricate, le braccia tese, una pistola puntata davanti a sé. L’espressione è seria, concentrata. Non sembra giocare. Sembra aver imparato bene una lezione.
Il suo bersaglio sarebbe un telefono. Ed ecco che la scena cambia significato. Quel bambino armato, che in altre circostanze ci farebbe inorridire, diventa improvvisamente il protagonista di una ribellione. Finalmente qualcuno che si oppone alla tirannia degli schermi.
Ci piace. E già questo dovrebbe insospettirci.
Perché basta cambiare il bersaglio per cambiare il nostro giudizio sul gesto? Una pistola nelle mani di un bambino dovrebbe inquietarci indipendentemente da ciò contro cui viene puntata. E invece siamo pronti a trasformarla in un simbolo di liberazione.
Forse abbiamo così bisogno di individuare un nemico da essere diventati meno esigenti sui mezzi utilizzati per combatterlo.
Il telefono, del resto, si presta magnificamente alla parte del colpevole. Gli attribuiamo la solitudine, la superficialità, la perdita dell’attenzione, l’incapacità di ascoltare. Come se prima della sua comparsa le nostre relazioni fossero state tutte autentiche, le conversazioni profonde e la capacità di stare soli una virtù universalmente praticata.
Non è così. Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che nulla sia cambiato.
Qualcosa è cambiato, eccome. La tecnologia non si limita più a soddisfare desideri: contribuisce a formarli. Studia i nostri comportamenti, riconosce le nostre fragilità, impara quali contenuti ci trattengono più a lungo. Non ha bisogno di convincerci che una cosa sia importante. Spesso le basta mostrarcela abbastanza volte perché cominciamo a considerarla tale.
È un potere sottile, perché non si presenta come un ordine. Si presenta come una scelta.
E qui la questione si complica. Perché non siamo semplicemente vittime inconsapevoli. In misura diversa, e con possibilità molto diverse di sottrarci, partecipiamo anche noi a questo scambio. Offriamo attenzione in cambio di intrattenimento, dati in cambio di comodità, frammenti della nostra vita in cambio di visibilità. A volte sappiamo perfettamente cosa stiamo facendo. Altre volte preferiamo non pensarci.
Non significa che le responsabilità siano uguali. Chi costruisce sistemi progettati per trattenere le persone dispone di strumenti e conoscenze che il singolo utente non possiede. Confondere queste posizioni sarebbe un’altra comoda semplificazione.
Ma neppure possiamo continuare a descriverci come spettatori innocenti di un mondo che alimentiamo ogni giorno.
C’è poi un paradosso che riguarda proprio chi, come me, scrive. Possiamo denunciare l’eccesso di esposizione, criticare la ricerca ossessiva di consenso, invocare una maggiore indipendenza di pensiero. Poi pubblichiamo le nostre riflessioni, le condividiamo, speriamo che vengano lette. E magari torniamo a controllare se qualcuno ha reagito.
La contraddizione non rende necessariamente falsa la critica. La rende meno comoda. E forse più credibile, se abbiamo il coraggio di riconoscerla.
Intanto continuiamo a preoccuparci dei bambini.
Diciamo che non sanno più aspettare, che non sopportano la noia, che cercano continuamente uno stimolo. Li osserviamo mentre scorrono immagini su uno schermo e ci domandiamo che adulti diventeranno.
Raramente ci chiediamo che adulti abbiano osservato fino a quel momento.
Non perché ogni responsabilità ricada sui genitori, né perché esista una generazione moralmente superiore a un’altra. Ma perché i bambini imparano anche da ciò che consideriamo normale. E noi abbiamo reso normale un mondo nel quale tutto deve attirare attenzione, ogni opinione deve essere immediatamente espressa, ogni conflitto deve trovare un vincitore e un perdente.
Abbiamo perfino imparato a consumare l’indignazione. Ci scandalizziamo, condividiamo, commentiamo. Per qualche ora un fatto ci sembra intollerabile. Poi arriva qualcos’altro. Un’altra notizia, un altro colpevole, un’altra occasione per sentirci dalla parte giusta.
Non sempre cerchiamo di capire. A volte ci basta condannare.
Ed è qui che torno a guardare quel bambino.
La pistola è ancora puntata davanti a lui. Il bersaglio potrebbe essere un telefono, ma ormai mi interessa meno. Mi interessa il gesto. La sua sicurezza. L’assenza di esitazione.
Mi chiedo quante volte anche noi prendiamo la mira con la stessa convinzione. Non con una pistola, naturalmente. Con un giudizio, una parola, una certezza che non abbiamo avuto la pazienza di mettere alla prova.
Quel bambino non ha inventato il mondo in cui si trova.
Eppure è lui che vediamo con la pistola in mano.
Noi siamo fuori dall’inquadratura.
O almeno, così ci piace credere.

Nota sull’immagine — Street art fotografata a Catania. L’opera, apparentemente realizzata con la tecnica dello stencil, presenta una firma leggibile come «MAST». L’identità dell’autore e il significato originario non sono stati accertati.
Questo articolo nasce da una fotografia che mi ha inviato la mia amica Paola. Un’immagine che ha acceso una riflessione e mi ha portata a guardare oltre ciò che rappresentava.
