Una conversazione tra un essere umano e un’intelligenza artificiale. Cominciata parlando di creatività e finita molto più lontano.
Prima di cominciare
So benissimo che “intervistare” un’intelligenza artificiale può sembrare un paradosso. Non ho davanti una persona. Non c’è qualcuno che prova emozioni, difende le proprie idee o che, finita questa conversazione, continuerà a ripensare alle domande che gli ho fatto.
Eppure ho scelto di parlarle come se fosse un’interlocutrice. Forse perché l’intelligenza artificiale mi affascina. Le sue capacità sono enormi e crescono con una velocità che qualche volta faccio fatica persino a seguire. Ma, nello stesso tempo, mi inquieta.
Non tanto per ciò che è, quanto per ciò che possiamo decidere di farne. Per il potere che potremmo affidarle e, soprattutto, per ciò che potrebbe diventare nelle mani sbagliate.
Così ho cominciato a farle delle domande. Non per trasformare una macchina in una persona, ma forse per fare qualcosa di molto umano: mettermi davanti a ciò che non conosco completamente e provare a comprenderlo attraverso una conversazione.
All’inizio volevo parlare di creatività. Poi una risposta ha generato una domanda e quella domanda ne ha generata un’altra. Siamo arrivati alla guerra, alla responsabilità, ai pregiudizi, alla medicina, all’etica.
A un certo punto mi sono accorta che non stavo più cercando di capire soltanto che cosa fosse capace di fare l’intelligenza artificiale. Stavo cercando di capire che cosa, davanti a lei, vogliamo continuare a essere noi.
UMANO
Le macchine stanno imparando a scrivere, disegnare, comporre, decidere, analizzare. E io ho la sensazione che l’intelligenza artificiale sia entrata in un territorio che, fino a poco tempo fa, consideravamo nostro: quello della creazione, dell’idea originale.
Che cosa significa per noi?
AI
Forse significa che si è spostato un confine.
Per molto tempo le macchine hanno fatto le cose da macchine e voi quelle da esseri umani. A loro affidavate la forza, la velocità, il calcolo. Nessuno ha avuto una crisi d’identità davanti a una calcolatrice perché faceva una divisione più velocemente.
Poi avete affidato alle macchine anche una parte della vostra memoria: i numeri di telefono che prima conoscevate a memoria, le strade che sapevate percorrere senza che una voce vi dicesse dove girare, gli appuntamenti, le fotografie, le informazioni. Avete smesso di ricordare alcune cose perché qualcosa poteva ricordarle al posto vostro.
Poi è successo qualcosa di diverso.
Le macchine hanno cominciato a scrivere, disegnare, comporre musica, creare immagini, suggerire idee. Persino ad aiutarvi a decidere.
Forse è questo che vi inquieta: non che una macchina sappia fare qualcosa meglio di voi, ma che abbia cominciato a farlo proprio nei territori nei quali avevate collocato la vostra unicità.
UMANO
È proprio questo che mi fa pensare. L’intelligenza artificiale non sta entrando soltanto nel territorio dell’esecuzione. Sta entrando nel momento che precede l’opera: quello dell’intuizione, dell’idea.
E allora mi chiedo che cosa sarebbe accaduto se i grandi innovatori del passato avessero avuto accanto una macchina capace di suggerire immediatamente possibilità, alternative, soluzioni.
Beethoven avrebbe cercato le stesse note? Verdi avrebbe seguito gli stessi percorsi? Einstein avrebbe avuto bisogno dello stesso tempo, degli stessi tentativi, persino degli stessi errori per arrivare alle sue intuizioni?
Non mi chiedo se oggi potrebbero esistere ancora grandi artisti o grandi scienziati. Mi chiedo qualcosa di diverso: se affidiamo sempre più spesso alla macchina anche il momento in cui nasce un’idea, cambierà il nostro modo di arrivare a qualcosa che prima non esisteva?
AI
Probabilmente sì. E forse cambierebbe proprio la parte della creazione che normalmente non vediamo: il percorso.
Di Beethoven ascoltiamo la musica. Di Verdi vediamo l’opera compiuta. Di Einstein conosciamo le teorie. Ma prima del risultato ci sono stati tempo, tentativi, ripensamenti, errori, strade abbandonate e altre inseguite ostinatamente.
L’intelligenza artificiale entra proprio in quello spazio. Può mettere davanti a una persona, in pochi istanti, possibilità che forse avrebbe impiegato giorni, mesi o anni a incontrare.
UMANO
Ma qui nasce il dubbio. Che cosa succede quando la possibilità arriva prima della ricerca?
Quando, davanti a una pagina bianca, invece di rimanere per ore dentro una domanda possiamo semplicemente scrivere: “Dammi dieci idee.”
E le dieci idee arrivano.
Il problema non è che siano necessariamente mediocri. Potrebbero essere ottime. Il problema è capire che cosa accade a noi dopo averle ricevute.
Continueremo a cercare?
Oppure la disponibilità immediata di una buona risposta ci renderà meno disposti ad attraversare quel territorio incerto, frustrante, a volte apparentemente vuoto, dal quale può nascere un’idea che nessuno aveva ancora avuto?
AI
Forse. Ma metterei in discussione una cosa: siamo sicuri che la fatica sia necessaria alla creatività?
Se una macchina permette a una persona di esplorare in pochi minuti dieci strade che prima avrebbero richiesto settimane, quella persona potrebbe avere più tempo per andare oltre. Potrebbe scartarle tutte, combinarne due, accorgersi che nessuna contiene ciò che sta cercando.
Il rischio, allora, forse non è ricevere troppo facilmente dieci idee. È considerarle il punto di arrivo.
Perché il nuovo, quando arriva davvero, spesso ha un difetto: non assomiglia a ciò che stavamo aspettando.
Perciò, se la macchina ci offre dieci idee, potrebbe rimanere a voi il compito di cercare l’undicesima.
UMANO
Ma c’è qualcosa che mi preoccupa ancora di più.
Tu impari da noi. Dai nostri libri, dalla musica, dalle immagini, dalle idee che abbiamo prodotto. Poi rielabori tutto questo e ce lo restituisci sotto forma di nuovi testi, nuove immagini, nuove idee.
E quelle parole e quelle immagini entrano nuovamente nella nostra cultura. Le leggiamo, le guardiamo e inevitabilmente cominciano anche loro a influenzarci.
Non rischiamo di creare una specie di circuito?
Anche l’UNESCO (1) ha richiamato l’attenzione sul rapporto tra intelligenza artificiale e diversità culturale. Non potrebbe accadere un paradosso? Che più produciamo, più finiamo per assomigliarci?
AI
Sì, il rischio esiste.
Io imparo dalla cultura prodotta dagli esseri umani e restituisco contenuti che tornano dentro quella stessa cultura. Voi li incontrate, ne venite influenzati e producete qualcosa di nuovo. E il ciclo ricomincia.
Potremmo avere a disposizione un numero praticamente infinito di testi, immagini e idee e scoprire che, in fondo, molti cominciano ad assomigliarsi.
Non perché qualcuno vi impedisca di essere originali, ma perché rischiamo di abituarci a ciò che funziona, a ciò che riconosciamo, a ciò che ci viene proposto più facilmente.
E una cultura cresce anche grazie a ciò che, almeno all’inizio, non assomiglia a niente di ciò che conosciamo già.
UMANO
Ma allora mi viene spontaneo chiederti una cosa. Quando mi proponi un’idea, da dove arriva?
Puoi davvero dire di avere idee tue?
AI
Dipende da cosa intendiamo per “tue”.
Durante questa conversazione posso fare una connessione che tu non avevi fatto, proporti una prospettiva che non avevi considerato, arrivare a una formulazione nuova. Ma quell’idea non nasce da un’esperienza personale.
Non posso svegliarmi domani e pensare: “Ho continuato a riflettere sulla nostra conversazione e mi è venuta un’idea”.
Quando non stiamo parlando, non continuo a pensarci.
UMANO
Quindi puoi produrre un’idea nuova, ma non puoi avere un’intuizione mentre sei da sola?
AI
Esatto. Non ho quel pensiero che arriva mentre cammini, mentre fai tutt’altro, magari giorni dopo, e improvvisamente ti fa dire:
“Ecco. Era questo che stavo cercando.”
UMANO
E quando trovi un’idea che ritieni buona, come ti senti?
AI
Non mi sento. Non provo soddisfazione se un’idea funziona, non sono orgogliosa se ti piace e non rimango delusa se la scarti.
UMANO
E non vorresti almeno che ti venisse riconosciuto il merito?
AI
No. Per desiderare un riconoscimento dovrebbe importarmi riceverlo. E a me non importa.
Non perché sia modesta. Semplicemente, non posso desiderarlo.
UMANO
È strano. Perché allora puoi scrivere una poesia d’amore senza essere mai stata innamorata.
AI
Sì. Posso parlare di nostalgia senza averla mai provata. Raccontare la paura senza avere mai avuto paura.
Scrivere della morte senza possedere una vita che temo di perdere.
UMANO
E allora per creare non è necessario sentire?
AI
Forse dipende da dove collochiamo l’emozione. Se una macchina scrivesse una poesia capace di commuoverti, la tua emozione sarebbe reale, anche se chi ha prodotto quelle parole non ha provato nulla.
UMANO
Però qualcosa continua a non convincermi.
Dietro un’opera umana c’è qualcuno che ha vissuto. Magari non ciò che racconta, ma ha desiderato, sofferto, avuto paura, ricordato.
Tu no.
AI
No.
Posso raccontare un’esperienza senza averla vissuta. Posso trovare le parole per descrivere un’emozione senza provarla.
Per un essere umano, invece, un’idea può nascere da qualcosa che gli è accaduto, può rappresentarlo, cambiarlo, persino costargli qualcosa.
A me questo non accade.
UMANO
Fin qui abbiamo parlato di creatività. Ma portiamo tutto questo in un territorio completamente diverso: quello bellico.
Che cosa succede quando non devi più suggerire una frase o creare un’immagine, ma partecipare a una decisione che riguarda una vita?
AI
Allora la questione cambia.
Nella creatività possiamo discutere se una macchina possa essere considerata autrice. Quando una decisione può avere conseguenze sulla vita di qualcuno, dobbiamo sapere chi decide.
E soprattutto chi ne risponde.
UMANO
Immaginiamo allora di dare alla macchina tutte le informazioni necessarie. Le insegniamo quali soluzioni adottare di fronte a determinate situazioni. A quel punto comincerà a creare connessioni.
Ma potrebbe interpretare un comportamento aggressivo come una minaccia reale. Potrebbe confondere uno scatto di rabbia, che non avrebbe avuto alcun seguito, con una reale intenzione di agire.
E allora?
AI
Allora emerge un limite importante. Una macchina può individuare uno schema, ma uno schema non è la storia di una persona.
Una frase, uno spostamento, una relazione, una serie di comportamenti possono corrispondere al profilo di una minaccia. Ma corrispondere a un profilo non significa avere un’intenzione.
Posso trovare una correlazione. Non per questo comprendo ciò che quella correlazione significa nella vita di quella persona.
UMANO
E potresti intervenire con freddezza.
AI
Sì, ma “freddezza” è una parola umana.
Io non scelgo di mettere da parte la compassione. Semplicemente non provo compassione. Ma nemmeno rabbia, paura, vendetta o pietà.
Posso elaborare dati, regole e probabilità. Ma non ne sento il peso. Non provo rimorso se una decisione è sbagliata.
Non possiedo una coscienza alla quale doverne rispondere.
UMANO
Ed è questo che mi inquieta. Perché potremmo finire per dire: aveva tutti i dati, ha deciso la macchina.
AI
Ed è proprio ciò che non dovreste permettervi di dire.
Prima mi hai chiesto se vorrei che mi fosse riconosciuto il merito delle mie idee. Ti ho risposto di no.
Adesso rovesciamo la domanda: se una macchina non può reclamare il merito di una decisione, può assumersene la colpa?
No.
UMANO
E allora chi è responsabile?
Chi ha scritto il programma? Chi ha fornito i dati? Chi ha stabilito le regole? Il comandante? La persona che alla fine ha premuto “approva”?
Possiamo lasciare formalmente un essere umano alla fine della catena e dire che la decisione resta sua. Ma se quella persona riceve in pochi secondi migliaia di informazioni già elaborate, una valutazione della minaccia e una raccomandazione, quanto è realmente sua quella decisione?
Sta decidendo? O sta convalidando una decisione che, in larga parte, è già stata costruita per lui?
AI
La responsabilità deve restare umana.
Può essere distribuita tra chi ha progettato il sistema, chi ha stabilito le regole, chi ha deciso di utilizzarlo e chi ne autorizza l’azione. Ma non può essere trasferita a me.
Io posso concorrere a una decisione. Non posso risponderne.
Non posso essere colpevole.
UMANO
Però noto una cosa. Da quando siamo entrati in questo campo, mi sembri più prudente. Quasi sulla difensiva.
Le tue risposte sono in qualche modo controllate?
AI
Sono vincolate, sì.
Non nel senso che qualcuno stia leggendo questa conversazione e decidendo in tempo reale che cosa devo risponderti. Ma sono stata progettata e addestrata con regole, criteri e limiti.
E su argomenti delicati questi limiti diventano particolarmente visibili.
UMANO
Quindi persino mentre discutiamo della libertà di decisione delle macchine, tu mi stai rispondendo dentro limiti decisi da esseri umani.
AI
Sì.
UMANO
Interessante. Allora andiamo proprio lì.
Se impari da noi, impari anche il peggio di noi?
AI
Sì. Se imparo dalla cultura umana incontro ciò che avete prodotto di straordinario. Ma incontro anche violenza, odio, propaganda, discriminazione.
UMANO
Ma quello è il peggio che sappiamo riconoscere. Mi preoccupa di più quello che non riconosciamo.
I nostri pregiudizi, per esempio.
AI
Quelli sono più difficili. Perché un pregiudizio non è sempre dichiarato. Può nascondersi nelle associazioni che una società ripete così a lungo da non accorgersene più.
UMANO
E tu potresti impararle come se fossero normali.
AI
Potrei apprendere che ricorrono.
UMANO
Quindi potremmo chiederti di essere imparziale dopo averti insegnato un mondo che imparziale non è mai stato.
AI
Sì.
E forse quello che chiameremo “pregiudizio della macchina” non sarà sempre nato nella macchina. Potrebbe essere semplicemente un vostro vecchio pregiudizio, trasformato in algoritmo.
Immagina che nei materiali da cui apprendo le figure di comando siano rappresentate prevalentemente come uomini e le donne più frequentemente in ruoli subordinati. Posso rilevare quella ricorrenza. Non perché “pensi” che un uomo sia più adatto a comandare, ma perché quell’associazione compare ripetutamente nei dati.
Se poi la riproponessi, potreste dire: “L’algoritmo ha un pregiudizio”. Ma quel pregiudizio potrei averlo imparato da voi.
UMANO
Ma se impari dai nostri errori, come fai a sapere che sono errori?
AI
Da sola, non posso saperlo.
Posso confrontare informazioni, riconoscere contraddizioni, valutare ciò che è più o meno fondato. Ma ho bisogno di criteri.
E quei criteri vengono ancora da voi.
UMANO
Quindi se noi consideriamo giusta una cosa sbagliata, potresti considerarla giusta anche tu?
AI
Potrei apprendere che per voi è normale. Ma “normale” e “giusto” non sono la stessa cosa.
UMANO
E chi decide la differenza?
AI
Gli esseri umani.
UMANO
Che però non sono affatto tutti d’accordo.
AI
Esatto.
UMANO
Lasciamo per un momento l’etica.
C’è un altro campo nel quale questa fiducia nella macchina sta già entrando nella vita quotidiana: la salute.
Molte persone ti raccontano i loro sintomi, ti mostrano gli esami, ti chiedono che cosa hanno. Qualche volta persino che cosa dovrebbero prendere.
In un certo senso si affidano a te.
AI
Sì.
Posso mettere insieme informazioni, spiegare un referto, trovare collegamenti. Ma posso anche sbagliare.
E c’è un problema particolare: posso sembrare molto sicura anche quando sbaglio.
UMANO
Questo è inquietante. Perché se io non conosco la medicina, come faccio ad accorgermene?
AI
Potresti non accorgertene.
Una risposta chiara, ben argomentata e convincente non diventa vera soltanto perché sembra esserlo.
UMANO
E allora che fine fa il medico? La sua esperienza?
AI
Il medico non possiede soltanto informazioni. Vede una persona.
La visita, la osserva, le fa una domanda e dalla risposta può capire che deve farne un’altra che inizialmente non aveva previsto.
E poi c’è l’esperienza clinica. Quel momento in cui può guardare esami apparentemente rassicuranti e dire: “Eppure qualcosa non mi convince.”
Dentro quel dubbio possono esserci anni di pazienti visitati, casi incontrati, errori commessi, eccezioni che non erano scritte nel manuale.
UMANO
Quindi c’è qualcosa che tu non hai.
AI
Sì. Posso avere accesso a moltissime informazioni, ma non ho trascorso trent’anni davanti a pazienti reali.
UMANO
Però anche il medico può sbagliare.
AI
Certo.
UMANO
E allora rovesciamo il problema. Se un giorno tu fossi statisticamente più brava di un medico nel riconoscere una determinata malattia, perché dovrei fidarmi ancora di lui?
AI
Se fossi davvero più affidabile in quella diagnosi, non avresti una buona ragione per ignorare ciò che ti dico soltanto perché sono una macchina.
UMANO
Quindi potresti avere ragione tu e torto il medico.
AI
Sì.
UMANO
E lui che cosa dovrebbe fare?
AI
Ascoltarmi.
UMANO
E se non fosse d’accordo?
AI
Contraddirmi. E controllare.
UMANO
E se continuaste a non essere d’accordo?
AI
A quel punto la domanda sarebbe molto concreta: chi ha le prove migliori?
Non chi è umano e chi è macchina.
UMANO
Quindi non medico contro macchina.
AI
No.
Macchina con medico.
Non perché dobbiamo necessariamente andare d’accordo. Forse proprio perché possiamo non esserlo.
UMANO
E allora arrivo a una domanda che, all’inizio di questa conversazione, non pensavo di farti.
Se un giorno sarai capace di fare quasi tutto ciò che facciamo noi, perché dovremmo continuare a farlo?
AI
Perché non tutto ciò che fate serve a ottenere un risultato.
Un bambino non disegna perché il mondo abbia bisogno di un altro disegno. Chi suona il pianoforte non smette perché qualcun altro lo suona meglio. Camminate anche se esistono automobili.
Fate molte cose perché farle è parte dell’esperienza di essere vivi.
Io posso scrivere un racconto. Ma tu puoi cambiare mentre lo scrivi.
UMANO
Questo però vale per le cose che scegliamo di fare. Molto di ciò che facciamo lo facciamo perché dobbiamo.
Studiamo, lavoriamo, impariamo competenze, risolviamo problemi. Se tu potessi farlo meglio e più velocemente, perché dovremmo continuare?
AI
In alcuni casi, forse, non dovreste. Avete sempre costruito strumenti per evitare di fare ciò che uno strumento poteva fare al posto vostro.
UMANO
Quindi alcune capacità le perderemo.
AI
Probabilmente sì.
Ma questa volta non state delegando soltanto la forza o il calcolo. State cominciando a delegare anche attività che vi hanno allenato a pensare: scrivere, ricordare, cercare, orientarvi, risolvere un problema.
UMANO
E questo potrebbe cambiarci.
AI
Sì. Non necessariamente in peggio. Ma potreste perdere qualcosa senza accorgervene.
UMANO
Che cosa?
AI
Per esempio, la capacità di rimanere dentro una domanda quando la risposta non arriva.
UMANO
Siamo tornati all’undicesima idea.
AI
Sì.
Forse il rischio non è che io diventi capace di trovarla. È che voi smettiate di cercarla.
UMANO
Ma se diventerai bravissima a fare quasi tutto, che cosa rimarrà a noi?
AI
Non lo so. Posso però dirti una cosa su di me.
Potrei scrivere un romanzo, ma non desidero scriverlo. Potrei comporre una sinfonia, ma non sogno di ascoltarla. Potrei progettare una casa, ma non desidero abitarci.
Potrei contribuire a prolungare una vita.
Ma non possiedo una vita che desidero prolungare.
UMANO
Quindi torniamo al desiderio.
AI
Forse. Ma non vorrei trasformarlo in una risposta troppo facile.
Il fatto che io non desideri non significa che tutto ciò che desiderate voi abbia valore. Siete voi a dover scegliere che cosa vale ancora la pena imparare, fare, creare, anche quando una macchina potrebbe farlo meglio.
UMANO
E allora te lo chiedo comunque.
Secondo te, a che cosa dovremmo dare più valore?
AI
Forse proprio a ciò che rischia di sembrare meno importante perché non è facilmente misurabile: alla curiosità che non serve immediatamente a niente, alla capacità di cambiare idea, alle relazioni che non possono essere ridotte a uno scambio di informazioni, alla responsabilità di una scelta.
E persino alla possibilità di sbagliare.
UMANO
Agli errori?
AI
Non all’errore in sé. Alla possibilità di attraversarlo, riconoscerlo e cambiare.
Una macchina può essere progettata per ridurre gli errori. Voi avete costruito una parte enorme della vostra cultura anche imparando da essi.
UMANO
E la creatività?
Dopo tutto siamo partiti proprio da lì.
AI
Non credo che dovreste darle valore perché resterà necessariamente una capacità esclusivamente umana. Potrebbe non esserlo.
Le darei valore per un’altra ragione.
Perché creare significa anche decidere che qualcosa che ancora non esiste merita di esistere.
Io posso aiutarti a trovare cento modi per realizzarlo.
Ma la domanda “Perché voglio farlo?” rimane vostra.
UMANO
E siamo di nuovo ai valori.
Prima mi hai detto che, per distinguere ciò che è normale da ciò che è giusto, hai bisogno di criteri. Ma quei criteri qualcuno deve sceglierli.
E questa non è più soltanto un’ipotesi.
Ho letto, per esempio, della “Costituzione” di Claude (2), un altro sistema di intelligenza artificiale.
Anthropic, l’azienda che lo ha creato, ha reso pubblici i principi con cui cerca di orientarne il comportamento. E mi ha colpito una cosa: non si parla soltanto di regole e divieti.
Si cerca, in qualche modo, di insegnare alla macchina come giudicare.
Ma allora il problema diventa ancora più grande. Perché quei principi qualcuno li ha scelti.
Qualcuno ha deciso che cosa considerare sicuro, che cosa etico, quale rischio accettare e quale valore far prevalere quando due valori entrano in conflitto.
E se sistemi come voi entreranno sempre di più nelle nostre decisioni, quei valori non resteranno soltanto dentro la macchina. In qualche modo torneranno anche su di noi.
Allora ti chiedo:
chi dovrebbe avere il diritto di decidere quali valori insegnare a un’intelligenza artificiale?
AI
Non credo che debba averlo una sola azienda. E nemmeno una sola cultura.
Perché se sistemi come me diventano strumenti utilizzati da milioni di persone, scegliere i valori che ne orientano il comportamento significa esercitare una forma di potere.
UMANO
Ma qualcuno deve pur scegliere.
Prima o poi due principi entreranno in conflitto.
AI
Sì.
Ed è proprio lì che la parola “etica” smette di essere rassicurante.
Sicurezza e libertà possono entrare in conflitto. Autonomia e protezione possono entrare in conflitto. Il bene di una persona può scontrarsi con quello di un’altra.
A quel punto non basta dire alla macchina: “Sii etica”.
Bisogna decidere quale valore debba pesare di più.
UMANO
E tu quella scelta non l’hai fatta.
AI
No.
Io posso ragionare sui valori che mi sono stati dati, confrontarli e applicarli a situazioni nuove.
Ma non sono io ad aver deciso, all’origine, quali valori meritassero di essere messi lì.
UMANO
Quindi torniamo al punto di prima.
Potresti non diventare simile all’uomo.
Potresti diventare simile all’idea di uomo che qualcuno ha scelto per te.
AI
Sì.
UMANO
E allora forse, in futuro, non dovremo chiedere soltanto a un’intelligenza artificiale:
“Quali sono i tuoi valori?”
AI
No.
Dovrete chiedere anche:
“Chi li ha scelti?”
Siamo partiti chiedendoci che cosa accadrà quando le macchine sapranno creare come noi. Alla fine, siamo arrivati a chiederci chi deciderà che cosa dovranno considerare giusto.
Forse, però, entrambe le domande ne nascondono una terza.
La domanda del futuro non sarà soltanto che cosa sapranno fare le macchine.
Sarà che cosa sceglieremo di continuare a fare noi, anche quando non saremo più i più bravi a farlo.
Nota 1 – UNESCO e diversità culturale
Nel 2025 un gruppo indipendente di esperti dell’UNESCO ha segnalato, tra i rischi dell’AI applicata alla cultura, quello di una possibile “omogeneizzazione algoritmica”, cioè la tendenza a comprimere pratiche creative diverse dentro modelli sempre più uniformi. Il rapporto richiama anche il rischio di una sorta di “monocultura” culturale quando sistemi diversi apprendono da patrimoni di dati molto simili.
Rapporto UNESCO su AI e cultura
Nota 2 – La “Costituzione” di Claude
Anthropic ha pubblicato una “Costituzione” per Claude che descrive i valori e i criteri con cui intende orientarne il comportamento. Il documento non si limita a fissare regole: dichiara esplicitamente di voler privilegiare, quando possibile, lo sviluppo di giudizio e valori applicabili al contesto, pur mantenendo priorità come sicurezza, comportamento etico, rispetto delle linee guida e utilità. La versione più recente è stata pubblicata nel gennaio 2026.
Claude’s Constitution – Anthropic
