Don’t Look Up non parla dell’asteroide. Parla di noi.

Qualche sera fa ho rivisto Don’t Look Up.

La prima volta, quando uscì nel 2021, l’avevo considerato una satira brillante sul cambiamento climatico. Mi aveva divertita, mi aveva fatto sorridere e, come molti, avevo pensato che il bersaglio fosse soprattutto l’incapacità della politica e dei media di affrontare un’emergenza annunciata.

Stavolta, però, il film mi ha raccontato un’altra storia.

Mi sono accorta che, per quasi tutto il tempo, non stavo pensando all’asteroide. Stavo pensando a noi.

O, forse, a una domanda che mi accompagna sempre più spesso: perché gli esseri umani fanno così fatica a riconoscere i segnali quando c’è ancora il tempo per cambiare qualcosa?

L’asteroide, in fondo, è soltanto un pretesto narrativo. È la metafora perfetta di tutto ciò che vediamo arrivare e che, nonostante questo, continuiamo a rimandare.

È curioso. Se qualcuno ci dicesse che tra dieci minuti inizierà a piovere, probabilmente prenderemmo un ombrello. Se invece ci dicesse che tra dieci anni il nostro modo di vivere potrebbe cambiare radicalmente, tenderemmo a pensare che, in fondo, c’è ancora tempo.

Forse è proprio questa la nostra contraddizione più umana.

Non ignoriamo i problemi perché non li vediamo.

Li ignoriamo perché convivere con l’idea che esistano è molto meno faticoso che decidere di affrontarli.

Mentre guardavo il film mi sono sorpresa a pensare che gli “asteroidi” non appartengono solo alle grandi questioni del nostro tempo. Non sono soltanto il cambiamento climatico, le guerre o le trasformazioni tecnologiche.

Esistono anche nelle nostre vite.

Sono quelle telefonate che rimandiamo.

Le parole che continuiamo a non dire.

Quel controllo medico che spostiamo al mese successivo.

Una relazione che da tempo ci chiede attenzione.

Una scelta che sappiamo di dover fare, ma che continuiamo a rinviare sperando che, nel frattempo, sia la vita a decidere al posto nostro.

Forse non è un caso se Don’t Look Up continua a essere attuale.

Non perché ci parla di un futuro possibile.

Ma perché descrive un meccanismo antico quanto l’uomo.

Lo psicologo Daniel Kahneman, premio Nobel per l’Economia, ha spiegato come la nostra mente sia portata a privilegiare ciò che produce un effetto immediato, sottovalutando tutto ciò che appare lontano nel tempo. È uno dei motivi per cui prendiamo decisioni che sappiamo non essere le migliori. Non è irrazionalità. È il modo in cui il nostro cervello prova a semplificare la complessità del mondo.

Eppure c’è qualcosa che Kahneman non dice, e che il film mi ha fatto venire in mente.

A volte non rimandiamo perché pensiamo che andrà tutto bene.

Rimandiamo perché speriamo di non dover scegliere.

È una differenza sottile.

Scegliere significa assumersi una responsabilità. Rimandare, invece, ci permette di restare ancora per un po’ nell’illusione che qualcun altro, o il tempo stesso, possa risolvere ciò che ci spaventa.

Forse è questo il motivo per cui il film continua a lavorare dentro di noi anche dopo i titoli di coda.

Non ci chiede di guardare il cielo.

Ci chiede di osservare il nostro modo di abitare il tempo.

Mi sono domandata quante volte, senza accorgercene, ripetiamo ogni giorno il nostro personale Don’t Look Up. Non perché siamo irresponsabili o superficiali, ma perché siamo fatti così: preferiamo pensare che ci sarà un’occasione migliore, un momento più adatto, una versione futura di noi stessi più coraggiosa di quella presente.

Forse il problema non è l’asteroide.

Il problema è il tempo che crediamo di avere.

E forse la domanda che il film continua a lasciarmi non è: che cosa stiamo scegliendo di non vedere?

È un’altra.

Che cosa stiamo rimandando oggi, convinti che domani avremo ancora il tempo di affrontarlo?

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