“I 65 anni non sono più per l’amore.” Ma esiste davvero un’età in cui possiamo considerarci al riparo dall’innamoramento? E cosa succede quando, proprio mentre pensavamo di conoscere ormai quasi tutto di noi stessi, qualcuno rimette in discussione le nostre certezze?
Qualche giorno fa mi è capitato di leggere una frase: “I 65 anni non sono più per l’amore.”
Sono rimasta a guardarla per qualche secondo, non perché mi sembrasse particolarmente triste, ma perché non riuscivo a decidere se fosse vera. E poi mi sono chiesta: chi lo stabilisce?
C’è davvero un’età in cui l’amore smette di appartenerci? E soprattutto, quando diciamo che una certa età “non è più per l’amore”, stiamo parlando dell’amore o stiamo cercando di proteggerci da quello che l’amore potrebbe ancora farci?
Perché forse a 65 anni il problema non è capire se possiamo innamorarci. Il problema è che possiamo ancora farlo benissimo.
In fondo, a una certa età ci sentiamo abbastanza al riparo da certe tempeste. Non dall’amore che può accompagnarci da trenta o quarant’anni, ma dall’innamoramento, da quella faccenda un po’ irragionevole che ci porta ad aspettare un messaggio, a dare un significato particolare a uno sguardo, a ricordare una frase mentre stiamo facendo tutt’altro. Cose che siamo abituati ad associare a un’altra stagione della vita.
Poi, invece, succede.
Qualcuno entra nella nostra vita e, magari senza fare niente di straordinario, comincia a occupare uno spazio che prima non c’era. Ci scopriamo ad aspettare di incontrarlo, scegliamo con un po’ più di attenzione cosa indossare, abbiamo voglia di raccontargli qualcosa che ci è accaduto durante la giornata. All’inizio possiamo anche fingere di non farci caso, finché arriva il momento in cui bisogna ammettere almeno a noi stessi che qualcosa sta succedendo.
La differenza è che a 65 anni non arriviamo a quell’incontro a mani vuote. Ci arriviamo con una vita intera: forse un matrimonio, una separazione o una vedovanza, figli ormai adulti, magari dei nipoti, una casa, amicizie condivise, abitudini costruite nel tempo. Soprattutto, ci arriviamo pensando di sapere ormai abbastanza bene chi siamo.
Ed è forse questo che rende tutto così destabilizzante: qualcuno ci guarda in un modo nel quale non venivamo guardati da tempo e noi, dentro quello sguardo, ci vediamo diversi.
A questo punto nasce una domanda che trovo molto più interessante della prima: ci siamo innamorati di quella persona oppure di come torniamo a sentirci quando siamo con lei?
Probabilmente di entrambe. Una persona nuova, però, gode di un vantaggio enorme rispetto a chi condivide la nostra vita da decenni: non possiede ancora l’archivio completo di noi. Non ci ha visto attraversare tutte le stanchezze, le discussioni ripetute, le preoccupazioni, le malattie, i giorni nei quali eravamo poco interessanti e magari anche poco amabili. Ci incontra nel presente e noi facciamo esattamente lo stesso con lei.
Per questo confrontare un nuovo amore con una relazione che dura da trent’anni può essere profondamente ingiusto. Da una parte c’è la leggerezza di qualcosa che deve ancora accadere, dall’altra il peso — ma anche il valore — di tutto ciò che è già accaduto.
Questo non significa che il nuovo sentimento sia un’illusione. Potrebbe essere amore. Ed è proprio allora che le cose cominciano a complicarsi.
C’è, per esempio, il corpo. A 65 anni sappiamo perfettamente che non è più quello dei venticinque. Lo abbiamo visto cambiare e, più o meno serenamente, abbiamo imparato ad abitarlo. Poi arriva lo sguardo di qualcuno e scopriamo di poter essere ancora desiderati.
Forse uomini e donne, da questo punto di vista, sono meno diversi di quanto immaginiamo. Può cambiare il modo in cui vivono quell’esperienza, anche per l’educazione sentimentale ricevuta, ma entrambi possono ritrovarsi davanti alla stessa sorprendente conferma: non sono diventato invisibile.
E qui bisogna fare attenzione, perché c’è una differenza sottile tra desiderare qualcuno e avere bisogno del suo desiderio per sentirci ancora desiderabili. Non è affatto facile distinguerla mentre siamo innamorati.
Poi c’è il tempo. Da giovani il futuro sembra quasi inesauribile: possiamo scegliere la persona sbagliata, perdere qualche anno, ricominciare. A 65 anni non viviamo necessariamente pensando alla fine, ma abbiamo imparato quanto vale un anno. E allora può insinuarsi una domanda: se desidero davvero qualcosa, quanto tempo ho ancora per viverla?
Può essere una domanda liberatoria, perché ci invita a non rimandare continuamente la vita. Ma può essere anche ingannevole, perché rischia di farci scambiare l’intensità di un sentimento per la prova che quel sentimento debba essere seguito a qualunque costo.
La questione diventa ancora più difficile quando l’amore arriva dentro una vita che è già occupata. A 65 anni lasciare qualcuno raramente significa lasciare soltanto qualcuno. Può voler dire mettere in discussione una famiglia, una casa, amicizie comuni, equilibri economici e soprattutto la persona con cui abbiamo attraversato una parte enorme della nostra esistenza.
A quel punto la frase se mi ami, scegli me incontra qualcosa di molto meno romantico: la realtà.
Si può amare qualcuno e scegliere volontariamente di perderlo?
Forse sì. Si può decidere di fermarsi non perché il sentimento sia scomparso, ma perché il prezzo sembra troppo alto. Si può scegliere la famiglia, la sicurezza, la persona con cui si è condivisa una vita, oppure semplicemente avere paura di ricominciare.
Ma bisogna concedersi anche un’ipotesi meno consolatoria: qualche volta non posso è un modo più gentile per dire non voglio abbastanza.
Da fuori è quasi impossibile distinguere le due cose. Forse qualche volta non ci riesce neppure chi prende quella decisione.
Per chi rimane dall’altra parte resta una domanda molto semplice e molto dolorosa: se mi amava, perché non ha scelto me? E qui l’età serve a poco. Possiamo avere venti, quaranta o sessantacinque anni, ma quando qualcuno che amiamo decide di non sceglierci torniamo tutti, almeno per un po’, terribilmente inesperti.
Si può aspettare, comprendere, giustificare. Ma anche aspettare è una scelta e il tempo trascorso aspettando qualcuno è comunque tempo della nostra vita. Possiamo perfino credere sinceramente che l’altro ci ami e decidere che quell’amore non ci basta. Perché non tutti gli amori, per il solo fatto di esistere, possono diventare una vita insieme.
E poi può finire.
A 65 anni, insieme alla persona rischiamo però di perdere anche qualcos’altro: la sensazione che quell’incontro aveva restituito. E può insinuarsi una domanda che a vent’anni difficilmente avremmo formulato nello stesso modo: e se fosse stata l’ultima volta?
Forse è anche per questo che diventiamo vulnerabili alla nostalgia di “quel che poteva essere”. Una storia interrotta possiede un vantaggio formidabile sulla realtà: possiamo immaginarla come vogliamo. Non ha avuto il tempo di annoiarci, deluderci, diventare quotidiana. Rimane sospesa nella sua possibilità.
Per difenderci dal rimpianto possiamo raccontarci che, se non è accaduto, significa che non poteva accadere.
Non sono sicura che sia sempre vero.
Ci sono cose che avrebbero potuto essere e non sono state. Per paura, perché il momento era sbagliato, perché il prezzo sembrava troppo alto o semplicemente perché, davanti a due strade possibili, qualcuno ne ha scelta un’altra.
Forse accettarlo è più difficile che convincersi che fosse impossibile, ma anche più onesto: poteva forse essere, e non è stato.
Vale anche per chi ha scelto di andarsene. Tornare alla vita precedente non significa necessariamente tornare al punto di partenza. Un incontro può farci riscoprire ciò che avevamo già e rischiavamo di non vedere più. Oppure può lasciarci una domanda molto meno comoda: perché avevo avuto bisogno di quell’amore?
Forse alcune persone entrano nella nostra vita per restare e altre no. Non credo sia necessario decidere che le prime fossero “l’amore vero” e le seconde un errore. Un incontro può essere autentico anche se finisce, così come una storia non diventa felice soltanto perché è durata.
Ed è forse questa una libertà che a 65 anni possiamo concederci: non dover sapere subito che cosa diventerà ogni sentimento. Non occorre innamorarsi cento volte e neppure aspettare la fantomatica anima gemella. Possiamo incontrare qualcuno, lasciarci sorprendere e vedere che cosa accade.
Sono partita da una frase: “I 65 anni non sono più per l’amore.”
Adesso penso che racconti più una paura che una verità.
Una storia può finire senza diventare una sentenza su tutte quelle che potrebbero ancora cominciare. E se qualcuno ci ha fatto sentire nuovamente capaci di desiderare, aspettare, rischiare e magari persino soffrire, quella capacità non apparteneva a lui o a lei. Era nostra.
Forse quell’incontro ce l’ha semplicemente ricordato.
Non so se a 65 anni arriverà l’anima gemella. Non so neppure quante altre volte ci si possa innamorare.
Ma forse non serve saperlo.
Basta non convincersi che sia già stata l’ultima.
