Atarassia. O forse, semplicemente, imparare a scegliere

C’è una parola antica per definire la quiete dell’animo. Ma forse, con gli anni, non diventiamo davvero imperturbabili: impariamo semplicemente a scegliere ciò che merita il nostro tempo, i nostri pensieri e persino le nostre inquietudini.

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una parola che conoscevo, ma alla quale non pensavo da tempo: atarassia.

Mi sono fermata a rileggerne il significato.

Quiete dell’animo, assenza di turbamento.

Una condizione molto affascinante. E, almeno per quanto mi riguarda, piuttosto lontana.

Perché gli anni non mi hanno resa imperturbabile. Ci sono ancora parole che mi feriscono, comportamenti che mi deludono, situazioni che mi fanno arrabbiare. Ci sono cose alle quali continuo a pensare più del necessario e altre che, nonostante tutta la razionalità di cui mi credo capace, riescono a rovinarmi l’umore.

Quindi no, l’atarassia non l’ho raggiunta.

Però qualcosa è cambiato.

Forse non nel modo in cui reagisco alle cose, ma nel tempo che sono disposta a concedere loro.

Ed è una differenza meno appariscente di quanto sembri.

Quando siamo più giovani abbiamo spesso la sensazione che tutto debba essere risolto. Le incomprensioni chiarite, le distanze colmate, i rapporti ricuciti, le parole spiegate.

Con il tempo scopriamo che non sempre è possibile.

E soprattutto che non sempre è necessario.

È una distinzione che sembra semplicissima finché non riguarda noi.

Perché capire quando vale la pena insistere e quando invece è meglio fermarsi è tutt’altro che facile.

Ci sono silenzi che vanno interrotti e altri che probabilmente non hanno bisogno di essere riempiti. Ci sono persone alle quali dobbiamo una spiegazione e altre alle quali possiamo serenamente lasciare la libertà di pensarla come vogliono. Ci sono rapporti per i quali vale la pena fare un passo in più e altri nei quali quel passo rischia soltanto di riportarci esattamente al punto di partenza.

Forse è questo che cambia davvero con l’età: il valore che attribuiamo alle nostre energie.

A un certo punto della vita anche il tempo comincia ad avere un significato diverso. Non necessariamente più cupo. Forse, al contrario, più prezioso.

Può diventare più prezioso proprio perché cominciamo a guardarlo diversamente.

Una giornata serena acquista valore.

Una conversazione che ci fa stare bene acquista valore.

Una cena durante la quale si ride, una telefonata che fa piacere ricevere, un pomeriggio trascorso senza dover dimostrare niente a nessuno.

Piccole cose, apparentemente.

Eppure sono proprio quelle che rendono evidente quanto sia costoso il contrario.

Una discussione che si trascina inutilmente. Una frase che continuiamo a rigirarci nella testa. Un giudizio che ci infastidisce e al quale concediamo molto più spazio di quanto probabilmente meriti.

È curioso: il tempo è sempre lo stesso, ma a un certo punto della vita sembra cambiare valuta.

Forse perché finalmente capiamo che anche l’attenzione è una forma di tempo.

Ciò a cui pensiamo occupa una parte della nostra giornata, anche quando non è fisicamente presente.

Una persona può non essere nella stanza e prendersela quasi tutta.

Una frase pronunciata in pochi secondi può accompagnarci per ore.

Un episodio insignificante può diventare enorme soltanto perché continuiamo ad alimentarlo.

Ed è qui che quella parola antica ha cominciato a interessarmi.

Non perché desideri raggiungere una specie di indifferenza superiore.

Anzi, diffido un po’ dell’idea di non lasciarsi turbare da nulla.

Se qualcosa ci importa davvero, è inevitabile che possa farci soffrire. Se vogliamo bene a qualcuno, quella persona avrà anche il potere di deluderci. Se abbiamo delle convinzioni, alcune cose continueranno a indignarci.

Non vorrei perdere tutto questo in cambio della tranquillità.

Una pace ottenuta smettendo di sentire mi sembrerebbe un prezzo decisamente troppo alto.

Forse allora l’atarassia può essere interpretata in un altro modo.

Non come l’arte di non essere toccati dalle cose, ma come la capacità di non trattenerle tutte.

Questa sì che mi sembra una conquista interessante.

Sentire, reagire, magari arrabbiarsi. Dire ciò che pensiamo quando è necessario. Chiedere scusa quando abbiamo sbagliato. Cercare un chiarimento quando una persona conta davvero.

E poi, però, riconoscere il momento in cui continuare non aggiunge più niente.

Non sempre ci riesco.

A volte me ne accorgo soltanto dopo.

Ma forse anche questo fa parte dell’apprendimento.

Perché c’è un equivoco nel quale è facile cadere: pensare che lasciar andare significhi necessariamente arrendersi.

Non è sempre così.

A volte lasciar andare significa aver capito che abbiamo già fatto ciò che potevamo fare.

E che il resto non dipende più da noi.

Forse è questa la parte dell’atarassia che oggi sento più vicina.

Non l’imperturbabilità.

La misura.

La capacità di distinguere ciò che merita ancora una parola da ciò che ne ha già ricevute abbastanza. Le persone per le quali vale la pena attraversare un’incomprensione da quelle alle quali possiamo concedere, senza drammi, di non capirci.

E soprattutto imparare che proteggere la propria serenità non significa necessariamente diventare egoisti.

Significa anche scegliere dove vogliamo essere presenti davvero.

Non so se gli antichi Greci sarebbero d’accordo con questa interpretazione piuttosto personale della loro atarassia.

Probabilmente avrebbero parecchio da obiettare.

Ma noi siciliani, molti secoli dopo, abbiamo trovato una formula decisamente più breve:

“Lassamu perdiri.”

La usiamo per tutto, è vero. A volte troppo.

Ma pronunciata al momento giusto può contenere qualcosa di sorprendentemente serio.

Non significa necessariamente “non mi importa”.

Qualche volta significa esattamente il contrario:

mi importa abbastanza della mia vita da scegliere a cosa dedicarla.

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