Ci sono decisioni che ricordiamo perfettamente di aver preso.
Nessuno ci ha obbligati. Nessuno ci ha detto apertamente cosa fare. Abbiamo valutato, pensato, forse esitato. Poi abbiamo scelto.
Eppure può accadere che, a distanza di molti anni, quella certezza cominci a incrinarsi.
Non perché la scelta si sia rivelata necessariamente sbagliata. Non perché la vita che ne è seguita sia stata infelice. Ma perché, guardandoci indietro, affiora una domanda che allora non ci eravamo fatti:
era davvero quello che volevo io?
È una domanda scomoda. Perché siamo abituati a pensare alle nostre decisioni come a qualcosa che ci appartiene.
Ho scelto quel lavoro. Ho sposato quella persona. Ho rinunciato a partire. Ho avuto dei figli. Non li ho avuti. Sono rimasto. Me ne sono andato.
Verbi pronunciati sempre in prima persona. Diciamo che abbiamo scelto. Ci piace pensarlo. È una parola rassicurante: scelto.
Ma siamo proprio sicuri?
Perché certe volte nessuno ci ha imposto niente. Sarebbe stato persino più facile: avremmo avuto qualcuno a cui dare la colpa.
Invece abbiamo fatto tutto da soli. Abbiamo imparato così bene quello che gli altri volevano da noi che, a un certo punto, abbiamo cominciato a chiamarlo desiderio.
Ed è forse questa la forma più difficile da riconoscere del condizionamento: quando il desiderio dell’altro è entrato così profondamente dentro di noi da sembrarci nostro.
Poi passa il tempo.
Cambiamo.
E un giorno possiamo ritrovarci davanti alla persona che siamo diventati e domandarci che cosa sarebbe accaduto se, in quel momento lontano, avessimo ascoltato soltanto noi stessi.
Ma anche questa domanda nasconde una trappola.
Perché amare qualcuno, volerlo proteggere, non volerlo deludere sono anch’essi sentimenti nostri. Allora, se ho scelto pensando anche alla felicità di un’altra persona, posso davvero dire di non aver scelto liberamente? Forse il confine non passa tra le scelte fatte per noi e quelle fatte per gli altri.
Forse passa da un’altra parte. Tra ciò che abbiamo scelto consapevolmente, sapendo a cosa stavamo rinunciando, e ciò che abbiamo scelto senza accorgerci che stavamo mettendo da parte una parte di noi.
E quando ce ne accorgiamo?
Forse è questo il momento più difficile. Perché non sempre la consapevolezza arriva mentre siamo ancora in tempo per cambiare strada. A volte arriva dopo.
Molto dopo.
Quando quella decisione ha già prodotto altre decisioni, incontri, affetti, responsabilità. Quando intorno a quella scelta abbiamo costruito una vita intera.
Perché le scelte importanti raramente restano sole. Ne generano altre. Aprono alcune porte e ne chiudono altre. E alla fine non sono più soltanto scelte: sono diventate la nostra storia.
Quando, molti anni dopo, torniamo con il pensiero a quel primo bivio, non possiamo più sapere dove ci avrebbe condotto l’altra strada.
Possiamo soltanto chiederci se quella che abbiamo imboccato fosse davvero la nostra. E allora cosa facciamo con quella scoperta?
Potremmo arrabbiarci con chi pensiamo abbia influenzato le nostre scelte. Con un genitore, con un compagno, con la famiglia, con l’ambiente nel quale siamo cresciuti.
Potremmo arrabbiarci con noi stessi. Perché non l’ho capito? Perché non ho avuto il coraggio? Perché non ho detto no? Ma c’è qualcosa di ingiusto in queste domande.
Noi, allora, non eravamo quelli che siamo oggi.
Avevamo altri bisogni, altre paure, forse meno strumenti per capire ciò che desideravamo davvero. E soprattutto non conoscevamo quello che sarebbe accaduto dopo.
È facile essere coraggiosi con il senno di poi. È facile dire oggi alla persona che eravamo trent’anni fa cosa avrebbe dovuto fare. Lei, però, non sapeva quello che sappiamo noi.
Eppure qualcosa rimane.
Una specie di nostalgia difficile persino da nominare. Non necessariamente per una vita migliore. Questo non possiamo saperlo. Piuttosto per la vita che non abbiamo verificato.
Quella possibilità rimasta da qualche parte, sospesa: il lavoro che non abbiamo accettato, la città nella quale non siamo andati, la persona che abbiamo lasciato andare, il progetto che abbiamo abbandonato.
E soprattutto quella versione di noi che non abbiamo mai conosciuto. È facile idealizzarla. Nella nostra immaginazione quella strada non percorsa non ha avuto fallimenti, delusioni, giornate sbagliate.
Le vite che non abbiamo vissuto hanno un enorme vantaggio: non possono deluderci.
Forse allora accorgersi che una scelta non fu completamente nostra non dovrebbe servire a riscrivere il passato.
Potrebbe servire a qualcosa di molto più concreto.
A riconoscere meglio le scelte che stiamo facendo adesso.
Chiederci, questa volta, prima e non dopo:
Lo voglio davvero?
Oppure voglio che qualcuno sia contento che io lo voglia?
Forse diventare consapevoli non ci restituisce le strade che non abbiamo percorso. Ma può impedirci di lasciare ad altri, ancora una volta, la scelta della prossima.
E tu, sei sicuro che le scelte più importanti della tua vita siano state davvero tue?
