Devo proprio scegliere da che parte stare?

Il confronto tra Bruno Vespa e Sabrina Brizzola, il peso dell’età e la differenza tra discutere un’opinione e sminuire chi la esprime.

Di solito non mi occupo di casi di attualità. Lascio passare molte polemiche, soprattutto quelle che nel giro di poche ore producono schieramenti, sentenze e indignazioni a comando. Questa volta, però, mi sono fermata.

Nel confronto tra Bruno Vespa e Sabrina Brizzola, coordinatrice dell’Unione degli Universitari, ho riconosciuto qualcosa che va oltre l’episodio televisivo: quel momento in cui una differenza d’età diventa una gerarchia. Il grande sa, il piccolo deve ancora imparare. E prima di discutere ciò che ha detto, gli si ricorda da quale gradino sta parlando.

Poi ho letto due articoli sulla vicenda e mi è sembrato di assistere a due trasmissioni diverse.

Nel primo, Vespa è il giornalista che difende i dati davanti a una giovane impreparata. La polemica dimostrerebbe che ormai chiedere di studiare è diventato un affronto.

Nel secondo, il conduttore rappresenta un potere spaventato, incapace di ascoltare i giovani e pronto a zittirli.

Io, intanto, provo a capire. Ma sembra che capire sia un passaggio troppo lento. Bisogna scegliere: con Vespa o con la studentessa, con l’esperienza o con i giovani, con i numeri o con la protesta.

E se queste alternative fossero costruite male?

Durante il confronto a Porta a Porta, sul tema dell’abbandono scolastico, Vespa ha richiamato Brizzola alle statistiche, allargando il rimprovero a «voi giovani». Lei ha chiesto di rispondere ed è poi intervenuta sulle borse di studio e sui finanziamenti universitari.

I dati sul miglioramento esistono: secondo Istat, nel 2025 l’abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione è sceso all’8,2%, sotto l’obiettivo europeo del 9% fissato per il 2030. Un risultato da riconoscere. Lo stesso Istituto, però, richiama le disuguaglianze che persistono.

Un problema può diminuire e restare grave. Mi sembra una considerazione abbastanza semplice, eppure nel dibattito pubblico fatichiamo a tenere insieme le due cose. Se riconosci un progresso, pare che tu stia dicendo che va tutto bene. Se segnali ciò che ancora non funziona, sembra che tu voglia negare ogni risultato.

Vorrei sapere con precisione quale affermazione viene contestata. Dire che gli abbandoni aumentano è diverso dal dire che sono ancora troppi. E parlare di borse universitarie apre un’altra questione, che richiede risposte proprie.

Chiedere chiarezza a chi interviene è giusto. Non farei sconti a una rappresentante degli studenti soltanto perché è giovane. Sarebbe anche quello un modo di prenderla poco sul serio.

Ma vorrei lo stesso rigore dall’altra parte.

Chi conduce una trasmissione assegna la parola, interrompe, decide quando passare oltre. Può mettere in difficoltà un ospite e poi chiudere il discorso. Ha quindi una responsabilità particolare: garantire che il confronto resti possibile anche quando si scalda.

Quando una contestazione diventa un rimprovero a «voi giovani», qualcosa si sposta. Non si sta più discutendo soltanto una frase di Sabrina Brizzola. Si sta dando una lezione a una categoria.

È questo che mi ha colpito. Quell’aria da adulto che richiama qualcuno all’ordine, prima ancora di avergli lasciato lo spazio per spiegarsi. Una scena che conosciamo anche fuori dalla televisione: nelle famiglie, sul lavoro, nelle riunioni in cui qualcuno ha già deciso chi abbia titolo per parlare e chi debba soprattutto ascoltare.

L’esperienza ha valore. Lo penso anche perché, con gli anni, ho imparato a riconoscere cose che prima mi sfuggivano. Ma non vorrei mai scambiare ciò che ho vissuto con una garanzia di avere ragione.

Avere più anni può aiutarci a capire. Può anche averci abituato troppo alle nostre risposte.

E avere ventiquattro anni non rende un’opinione più vera, più libera o più coraggiosa per definizione. I giovani possono essere preparati o superficiali, disponibili al confronto o arroccati nelle proprie convinzioni. Esattamente come gli adulti.

Eppure ricorriamo spesso all’anagrafe quando discutere diventa faticoso. «Voi giovani». «Voi vecchi». Abbiamo già trovato il contenitore e possiamo smettere di occuparci della persona.

Sul caso è intervenuta anche l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, che ha criticato l’atteggiamento di Vespa definendolo aggressivo e paternalistico. Ha inoltre sollevato una questione precisa: vorrebbe vedere la stessa combattività riservata agli interlocutori potenti.

Questa domanda mi interessa. Vorrei che l’invito a documentarsi arrivasse con la stessa fermezza a uno studente, a un ministro, a un dirigente. Vorrei che un’affermazione incompleta venisse contestata anche quando a pronunciarla è qualcuno che conta.

Perché essere severi con chi ha meno potere di noi è una prova fin troppo comoda.

Questo non mi porta ad accettare ogni critica rivolta a Vespa. Leggere nel suo comportamento il “panico del potere” significa attribuirgli un’intenzione che quella scena, da sola, non dimostra. Posso giudicare paternalistico un atteggiamento senza pretendere di sapere che cosa nasconda.

Anche chi critica deve rispondere delle parole che sceglie.

Ed è qui che torno alla mia fatica a schierarmi. Non mi manca un’opinione. Mi infastidisce dover accettare tutto il pacchetto: se riconosco un dato corretto, dovrei approvare anche il rimprovero; se contesto il rimprovero, dovrei considerare inattaccabile chi lo ha ricevuto.

Non ci riesco. E non sono più tanto convinta che sia un mio limite.

Posso pretendere preparazione da una rappresentante degli studenti e rispetto da un giornalista. Posso dare valore all’esperienza senza inchinarmi davanti all’età. Posso ascoltare una persona giovane e poi dirle che non sono d’accordo, lasciandole però il diritto di rispondermi.

A chi ha più anni, più esperienza e il controllo della conversazione chiedo soprattutto questo: di usarli per fare domande migliori. Per distinguere un errore da una provocazione, un’obiezione da un’insolenza. Per lasciare all’altro la possibilità di spiegarsi, anche quando occorre contraddirlo.

Se il grande sa davvero più del piccolo, dovrebbe saper fare anche questo.

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