Figli capaci, purché non facciano da soli

Stavo leggendo un post della pagina «Il Caporedattore – La Voce degli Italiani», che riprende alcune considerazioni di Paolo Crepet sui genitori di oggi. Tra le altre, un’immagine: madri e padri che girano ancora lo zucchero nel caffellatte ai figli.

Mi sono fermata lì. Su quel cucchiaino.

Nell’intervista a Libreriamo del 4 ottobre 2024, Crepet ricorre a questo esempio per denunciare un’educazione che, nel tentativo di proteggere, finisce per sostituirsi. I suoi toni sono duri, a tratti sprezzanti. Non serve condividerli tutti per riconoscere il problema che solleva.

Del resto, basta ascoltare come parliamo dei ragazzi. Li vogliamo autonomi, responsabili, capaci di affrontare il mondo. Poi organizziamo le loro giornate, sorvegliamo le loro scelte, interveniamo nei loro conflitti. E se qualcosa va storto cerchiamo subito qualcuno a cui attribuirne la colpa.

Il professore non capisce. L’allenatore penalizza. Gli amici escludono. Il datore di lavoro pretende troppo.

Può succedere, certamente. Ma se la spiegazione arriva prima ancora delle domande, che cosa stiamo insegnando? Quanto spazio rimane per dire a un figlio: questa volta hai sbagliato tu, adesso vediamo come puoi rimediare?

È una frase che costa. Può provocare rabbia, musi lunghi, una porta chiusa. Difenderlo a prescindere, invece, ci tiene dalla sua parte senza esporci al conflitto. Possiamo sentirci genitori comprensivi e risparmiarci la fatica di essere contraddetti.

Salvo poi stupirci quando ogni osservazione viene vissuta come un’offesa.

Il cucchiaino nel caffellatte, da solo, non condanna nessuno. Una coccola resta una coccola. Il problema comincia quando il servizio diventa permanente: qualcuno raccoglie, ricorda, prenota, telefona, riordina, risolve. Il figlio cresce, ma l’organizzazione familiare continua a trattarlo come se fosse incapace di contribuire alla propria esistenza.

Poi, magari a tavola, arriva il rimprovero: «In questa casa non fai mai niente».

Ma quando gli abbiamo davvero lasciato qualcosa da fare? Quando abbiamo accettato che lo facesse con i suoi tempi, senza correggerlo ogni tre minuti o togliergli tutto dalle mani perché «faccio prima io»?

C’è anche una comodità adulta, in questa faccenda, che sarebbe onesto riconoscere. Insegnare richiede tempo. Aspettare richiede pazienza. Affidare una responsabilità significa tollerare che qualcosa venga dimenticato o fatto male. Provvedere personalmente è spesso più rapido e ci permette di mantenere il controllo.

Per questo la parola “amore”, da sola, non basta a giustificare tutto.

Possiamo amare moltissimo un figlio e abituarlo ad aspettare che qualcuno gli spiani la strada. Possiamo essere pieni di buone intenzioni e rendergli difficile accettare un limite. Possiamo sacrificare ogni energia per lui e poi presentargli il conto, magari anni dopo, con quella frase pesantissima: «Con tutto quello che ho fatto per te».

Anche questo merita una domanda: tutto quello che abbiamo fatto gli serviva davvero? Oppure, qualche volta, gli sarebbe servito che facessimo meno e pretendessimo qualcosa di più?

Pretendere che rispetti il tempo degli altri. Che partecipi alla vita di casa. Che chieda scusa senza una difesa d’ufficio già pronta. Che provi a risolvere un problema prima di consegnarlo a noi. Piccole responsabilità, proporzionate all’età, sulle quali costruire una fiducia che abbia qualche fondamento.

Perché ripetere «sei bravissimo» è facile. Affidargli qualcosa e accettare di non dirigerne ogni passaggio ci mette molto più alla prova.

Naturalmente esistono difficoltà che richiedono sostegno, fragilità da riconoscere, ingiustizie contro cui intervenire. Un genitore deve saper esserci. Proprio per questo dovrebbe anche imparare a distinguere un bisogno da un’abitudine, un pericolo da una contrarietà, una richiesta d’aiuto dalla pretesa di essere serviti.

Non ogni delusione è un trauma. Non ogni limite è un torto. Non ogni disagio richiede l’intervento di mamma e papà.

E non è necessario rimpiangere l’educazione di una volta, con le sue distanze e le sue durezze, per accorgersi delle contraddizioni di quella di oggi. Possiamo aver conquistato più ascolto e più confidenza senza dover rinunciare al nostro compito di adulti. Possiamo comprendere un figlio e dirgli comunque di no, sapendo che per un po’ saremo impopolari anche a casa nostra.

Il punto è se siamo disposti a sopportarlo.

Perché essere sempre quelli che aggiustano tutto può farci sentire generosi, efficienti, indispensabili. Ma un figlio non dovrebbe restare incapace per consentirci di sentirci necessari.

Prima gli togliamo dalle mani ogni responsabilità. Poi gli chiediamo, esasperati, quando si deciderà a crescere.

E pretendiamo pure una risposta.

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